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Impuniti.


«’A ‘mpunito!»
è grido che, nel gergo romano, accompagna una pigra manovra nel traffico, un amico che se la prende comoda nel bar, il racconto di una bravata a scuola. “Impunito” è chi in realtà non merita neppure una punizione perché la simpatia dei suoi modi lo scagionano a priori dall’avere rotto le regole. La televisione, che ha trasformato il dialetto romanesco e l’indole della Capitale in costume nazionale, trasferisce la virtù dell’impunito su tutta Italia. Il centravanti che si lascia cadere in area è “impunito”, chi sa schivare le tasse restando incensurato è “impunito”, chi taglia le code dei pazienti e si presenta per primo alla Asl è “impunito”. Da questa deriva l’impunito prende un alone di simpatia, è un Casanova che scappa sul tetto dei Piombi, un Don Giovanni che se la svigna da una damigella, un Cagliostro capace di qualunque trama. Davanti a certi politici sbruffoni, capaci di pattinare il ghiaccio sottile tra legalità e illegalità, sempre pronti a ritornare in prima pagina avendola fatta franca, ecco che la simpatia dell’impunito stinge in un’ammirazione più sgradevole. Magari potessimo fare tutti come loro, violare le regole e non pagare il dazio, incassare un rigore che non c’è, dopare un atleta in segreto, trasferire fondi, fare insider trading , finanziare le campagne elettorali in modo illecito, erigere la villa a ridosso di una zona proibita, scaricare scorie tossiche, eliminare i nostri nemici: se c’è chi lo fa e se la cava alla grande, perché non io, perché non noi? Ecco il male che l’impunito, già così simpatico, si lascia dietro, quando dalle marachelle di una giornata in Vespa si passa ai grandi affari di chi governa il mondo. Ma se la simpatia stinge presto in disprezzo, è solo l’orrore che accoglie il terzo, tragico, girone degli “impuniti”. Quelli che presiedono a un progetto degenerato in strage, partecipano a un attentato o contribuiscono a occultarne le prove e insabbiare i processi. La storia dell’Italia repubblicana ha sorriso delle avventure dei primi “impuniti”, ha fatto una smorfia di disapprovazione contro i secondi ma ancora oggi soffre le conseguenze nefaste dell’opera micidiale dei terzi “impuniti”. Le stragi di mafia e del terrorismo, brigatista o neofascista, i complotti gestiti dai settori oscuri degli apparati di sicurezza, le tragedie per l’inefficienza e la corruzione di uno Stato che non ha mai del tutto rescisso i fili di un passato grottesco e violento: ecco dove l’impunità da farsa si fa tragedia. Stragi per incapacità o per occhiuta organizzazione. Comunque sia andata gli “impuniti” pesano sulla coscienza nazionale come un macigno.

Questa l’introduzione di Gianni Riotta all’ultimo numero del L’Europeo, monografia intitolata, appunto, “Impuniti. Perché le tragedie italiane restano senza colpevole” , che trovate in edicola fino a giugno. Da Portella della Ginestra , 1947, la prima “strage di Stato” della nostra Repubblica, fino alla tragedia del Cermis , 1998, ultima vergognosa genuflessione dell’Italia al potente alleato americano.

Nella foto, un binario divelto dalla furia delle acque. Vajont, 1963.

Pubblicato il 20/4/2006 alle 9.24 nella rubrica Memoria.

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