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Zingari? Rom, Sinti, Kalè.



La persecuzione da parte delle dittature nazifasciste del XX secolo non è che un capitolo della lunga storia di pregiudizi e malversazioni che il popolo Rom, che chiamiamo zingaro, ha subito e subisce. Ancora oggi, in Europa, gli zingari sono considerati un problematico "corpo estraneo" dalle istituzioni prima ancora che dagli abitanti. A dispetto di molte realtà sono definiti nomadi, la cui presenza va rieducata se non scoraggiata. Quello dello zingaro è ancora un cliché al negativo che si riflette nella rappresentazione dei mezzi di comunicazione come nelle politiche amministrative: non concittadini, ma estranei, il cui contatto risulta pericoloso per gli individui e per la società ospitante. Chi studia la realtà sociale europea, segnala che sono proprio gli zingari, oggi, i più esposti al rischio di esclusione, di comportamenti e di azioni xenofobe, razziste e persecutorie. Tutto ciò mentre, senza rinunciare alla propria identità, si sono aperti alla cultura dominante, la nostra, come mai era accaduto prima. In primo luogo perché oggi possono frequentare le nostre scuole, e poi perché anche loro condividono con noi l’immaginario prodotto dalla tv. I tempi sarebbero maturi per tentare di comporre una dicotomia lacerante che accompagna questo popolo da quando è giunto in Europa e che ha raggiunto il suo culmine nella prima metà del Novecento. Favorire questa integrazione tramite la conoscenza e la comprensione delle radici storiche e sociali che hanno prodotto la situazione di oggi, è lo scopo del libro "Il Porrajmos dimenticato. Le persecuzioni di Rom e Sinti in Europa" edito da Opera Nomadi con il contributo dell’Unione comunità Ebraiche Italiane. Un libro corredato da una ricca bibliografia, che ricostruisce il percorso degli zingari europei secondo un’ottica interdisciplinare, e da un DVD-rom multimediale che raccoglie, oltre a un documentario sulla persecuzione in Italia, interviste e testimonianze rilasciate da sopravvissuti e numerosi documenti storici e fotografici. Per ricordare che la nostra civiltà, a sessant’anni dal Porrajmos (termine che indica lo sterminio o, in senso letterale, distruzione) ha il dovere di sorvegliare, di non dimenticare le proprie responsabilità, e soprattutto di avere ben presente che esiste un universo umano degno di rispetto anche dietro all’espressione "zingaro". Un ‘espressione che alla fine, con l’ironia di chi viaggia e conosce, loro stessi hanno imparato ad accettare, anche se preferiscono chiamarsi Sinti, che contiene la radice fonetica della più antica provenienza; o Kalè, in Spagna, che ancora risuona in India. E soprattutto Rom, che non vuol dire nomade ma uomo libero.

In questo 25 aprile – è bene ricordare che nelle milizie partigiane combatterono alcuni rom e sinti insigniti della medaglia d’oro per la Resistenza - a sessant’anni dalla liberazione di Auschwitz, occorrerebbe che la società tutta si interrogasse sulle vicende di quel passato e al rapporto tra i popoli europei e quello zingaro, e su quanto insidiosamente le ideologie di ieri si nascondano in molte critiche e pregiudizi dell’oggi.

Pubblicato il 22/4/2005 alle 11.50 nella rubrica Memoria.

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