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La Guerra dei fiori

Non c'è dubbio che – come scrive Todorov ne “La conquista dell'America” - la scoperta degli americani fu l'incontro più straordinario della nostra storia. Mai come in questo evento vi fu un simile sentimento di estraneità radicale tra due culture venute a contatto tra loro; alla fine, il XVI secolo avrà visto compiersi il più grande genocidio della storia dell'umanità. Si stima che nel 1550 la popolazione del globo fosse di circa 400 milioni di abitanti, 80 dei quali nelle Americhe. Verso la metà del '500, di questi 80 milioni ne restavano 10, per eliminazione diretta, per il lavoro forzato e per malattie. Limitandoci al Messico, alla vigilia della conquista la popolazione era di circa 25 milioni di abitanti; nel 1600 era ridotta a 1 milione. Gli spagnoli bruceranno i libri dei messicani per cancellarne la religione, infrangeranno i loro monumenti per far sparire il ricordo della loro grandezza e sulle rovine della capitale azteca costruiranno una nuova città. In una delle sue lettere al sovrano spagnolo, Cortés scrive: “Considerando che la città di Temixtitán (Tenochtitlán), che era stata interamente distrutta, godeva di tanta fama e prestigio da sempre, ci parve opportuno ricostruirla come città nostra”. Il fanatico Zumárraga, il primo vescovo della Nuova Spagna, completò l'opera bruciando migliaia dei preziosi libri degli aztechi e cancellando così gran parte della loro cultura. Gli spagnoli vedevano nella facilità della conquista una prova dell'eccellenza della religione cristiana; la superiorità del dio cristiano era dimostrata dalla loro vittoria sugli aztechi. Dal nostro attuale punto di vista, la posizione dei cristiani non è, in sé, “migliore” di quella degli aztechi, o più vicina alla “verità”. La religione, qualunque ne sia il contenuto, è sempre un discorso trasmesso dalla tradizione e che ha importanza come garanzia di un'identità culturale. La religione cristiana non è, in sé, più razionale del “paganesimo” indiano. Si stigmatizza spesso la civiltà azteca come crudele, per la pratica del cannibalismo rituale e dei cruenti sacrifici umani. Ogni cultura – scrive Soustelle in Daily life of the Aztecs – ha il proprio concetto di ciò che è crudele e ciò che non lo è. Al loro apice, gli antichi Romani spargevano nelle arene, per il proprio divertimento, più sangue di quello che gli aztechi offrivano ai loro idoli. Il sacrifico umano tra i mexica non era ispirato dalla crudeltà né dall'odio. Quello che è certo è che le popolazioni mesoamericane passarono, con l'arrivo degli spagnoli, da una “società del sacrificio” a una “società del massacro”, che portò al loro annientamento. Gli spagnoli, così sinceramente colpiti dalla crudeltà degli indigeni, nondimeno massacrarono, bruciarono, mutilarono, torturarono e schiavizzarono in piena coscienza. Le loro crudeltà sono troppo ben documentate da una pluralità di fonti, indigene ed europee, per essere negate o minimizzate, come fanno alcuni storici parlando di “leggenda nera”. Il nero, in questo cuore di tenebre americano, esiste e non ha nulla di leggendario. È come se i conquistadores – scrive ancora Todorov - obbedissero alla regola di Ivan Karamazov: “Tutto è permesso”. Lontani dal potere centrale, lontani dalla legislazione regia, tutti i divieti cadono. Il legame sociale, già indebolito, si sfalda e rivela non una natura primitiva (la belva assopita in ognuno di noi) ma un essere moderno, che non ha alcuna morale e che uccide perché e quando gli piace. La “barbarie” degli spagnoli non ha niente di atavico o di animale; è interamente umana e preannuncia l'avvento dei tempi moderni.

Pubblicato il 22/11/2014 alle 14.24 nella rubrica Diario.

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