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Lo stato di guerra

Per me gli anni della guerra avevano coinciso prima con l’infanzia, poi con l’inizio della maturità e della presa di coscienza. Ero convinto che non la pace, ma la guerra fosse la condizione naturale, anzi l’unico modo di vivere; che l’esilio, la fame, la paura, le incursioni, gli incendi, i rastrellamenti, le esecuzioni, la menzogna, il frastuono, il disprezzo e l’odio fossero l’ordine naturale delle cose, l’essenza stessa della vita. Quando, di colpo, i cannoni tacquero, le bombe smisero di esplodere e subentrò il silenzio, restai perplesso, senza sapere come interpretarlo. Un adulto probabilmente l’avrebbe commentato dicendo: “L’inferno è finito, finalmente ritorna la pace”. Ma io ero troppo piccolo per ricordare cosa fosse la pace; quando finì la guerra, conoscevo solo l’inferno.

Questo brano di Ryszard Kapuscinski, scrittore e giornalista, che usai all'epoca in "Gea", mi è tornato in mente dopo aver visto questa formidabile foto di Bulent Kilic dei recenti scontri di piazza a Kiev. L'immagine mostra con terribile chiarezza con quanta facilità anche le nostre ordinate e civili città possono traformarsi in campi di battaglia e come non sia uno scenario apocalittico pensare a nuove generazioni di bambini e ragazzi che conoscono solo lo stato di guerra.

Pubblicato il 26/2/2014 alle 10.50 nella rubrica Guerra.

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