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I tre stati della malinconia

I bambini di Beslan hanno tanti fratellini. Altri bambini, vittime come loro di una guerra senza più regole né pietà. Una guerra che a molti ha chiuso per sempre gli occhi, ad altri li ha violentemente spalancati. Dai loro sguardi, privati di ogni traccia di infanzia, emerge con la forza dello scandalo una guerra vista ad altezza di bambino. In tragica coincidenza con il massacro dell’Ossezia, è stato presentato alla Mostra del cinema di Venezia The 3 Rooms of Melancholia, film documento della finlandese Pirjo Honkasalo, che testimonia le terribili ferite inferte dall’odio nei cuori di quei piccoli. Russi o ceceni, poco conta. Sempre bambini. Diviso in tre "stanze", ciascuna uno stato d’animo, il film - incomprensibilmente non in concorso - comincia nell’Accademia militare di Kronstadt, dove si istruiscono bambini soldati russi, prosegue a Grozny, con i bimbi ceceni che giocano alla guerra tra le macerie, randagi in strada con i cani, e si conclude in un campo profughi dell’Inguscezia, la più piccola delle repubbliche russe, confinante con la Cecenia, dove un gruppo di orfani ha trovato una casa e una madre, Hadizat Gataeva, dal cuore grande abbastanza per tutti. Luoghi dimenticati da Dio/Allah, dove quello che resta di "umano", si trova nell’occhio umido di un cavallo, o in quello di una pecora pronta a essere sgozzata dal mullah, che con il suo sangue sporcherà le fronti dei piccoli ceceni portati ad assistere al sacrificio. Un segno di sangue, presagio di destini violenti. Come quello di Aslan, 11 anni, biondo, la cui scheda dice: trovato d’inverno in una scatola di cartone, ha subìto più volte abusi sessuali da parte dei soldati russi. Aslan è russo, ma lui: "Sono ceceno e musulmano", ripete. E va in moschea a pregare, a cercare un’altra identità, meno inaccettabile. Come quello di Adam, anni 12, ceceno, il padre ucciso in guerra, la madre impazzita ha cercato di buttarlo giù dal nono piano. E’ fortunato Adam. E’ finito nella casa-comunità di Hadizat, dove trova anche qualche carezza da quella donna straordinaria che ha raccolto pure Milana, stuprata a 12 anni da soldati russi, aborto al settimo mese. Ora che di anni ne ha 19, la faccia stanca come quella di una donna matura, Milana ha il coraggio di pregare e piangere: "Dio ascoltami, preservami dal male, salvami dalla vergogna". Eppure sono proprio quelle lacrime, quello stare insieme tra perduti sotto uno stesso tetto, l’impagabile carta in più che i piccoli ceceni hanno rispetto ai coetanei russi. Il mare di ghiacci che circonda l’isola di Kronstadt, di fronte a San Pietroburgo, rispecchia il clima dell’Accademia militare voluta da Putin per raccogliere 600 tra bambini di strada e orfani della guerra cecena, tra i 9 e i 17 anni, da allevare nella più rigida disciplina, secondo la tradizione zarista. Lì la sveglia suona prima dell’alba, si dà del "lei" anche ai più piccoli, e tutti sono costretti in rigide palandrane e colbacchi a marciare a passo dell’oca, a salutare con la manina tesa sulla tempia, a imbracciare pesanti fucili per imparare a sparare, a uccidere. Il dito di Popov, 11 anni, madre alcolista, senza padre, fatica a ricaricare l’arma. Infine, il clac. "Il cadetto Popov ha eseguito l’ordine!", sentenzia l’istruttore. "Cara mamma, mi manchi tanto", scrive prima d’addormentarsi Tolmechev, 12 anni, alla madre soldatessa in Cecenia. E alla mamma, chi ancora ne ha una, alla nonna, a un qualsiasi parente, i bambini telefonano ogni tanto dalla caserma. "Quando verrai a prendermi? Ho un permesso!". Messaggi brevi. "Chi troppo parla al telefono fa il gioco di chi ti sta spiando", avverte un cartello nella cabina. Eppure, qualcuno scrive poesie: "Nella mia anima tutto è cupo/ Le nubi coprono la mia vita"... "Librarsi in cielo/ Lo desidero, lo desidero, lo desidero/ Ma nessuno mi capisce". Tre anni ha dovuto attendere Pirjo Honkasalo per ottenere dalle autorità russe i visti per le riprese. "Dopo l’11 settembre ogni cosa è cambiata, siamo riusciti a finire il film solo grazie a qualcuno che ha rischiato per aiutarci - racconta -. Quello che è successo in Ossezia credo sia opera di un terrorismo internazionale che però trova adesioni in una popolazione decisa a combattere fino all’ultima persona per l’indipendenza". Purtroppo, aggiunge, "la Cecenia da un lato è diventata un ottimo business per gli ufficiali che trafficano armi e droga, dall’altro è la guerra privata di Putin. Che sa reagire come gli è stato insegnato. Un uomo del Kgb resta tale anche se, come diciamo noi in Finlandia, lo friggete nel burro". (Giuseppina Manin, Corriere della Sera )

Foto di Stanley Greene, Usa, Agence Vu. 1° premio reportage World Press Photo 2004. Un corpo è stato frettolosamente ritirato al coperto, dopo un'esplosione a Grozny nel gennaio del 1995.

Pubblicato il 21/9/2004 alle 8.59 nella rubrica Immagini.

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