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Tu non sei un torturatore.


Lo svegli pungolandolo con la canna del fucile. Lui non dice nulla, rimane lì in attesa, tremando, con indosso solo le sue mutande. Gli dai una tuta arancione. Lui la indossa. Gli ammanetti i polsi, quindi le caviglie. Scarponi pesanti per i suoi piedi, tappi nelle orecchie e un cappuccio in testa. Avvolgi le sue mani con del tessuto pesante e lo fissi per bene con del nastro adesivo. Non dice niente ma il suo respiro è irregolare. Lo spingi con la schiena contro un muro, mentre portano una sedia per te. Lui rimane in piedi, tu ti siedi. Dopo circa un’ora, ti portano del caffè. Quando lui si accascia, tu lo spingi rudemente ancora contro il muro. Se si accascia troppo di frequente, tu gli appoggi la canna della pistola contro la gola esposta. Lui può sentirla. Si rimette in piedi obbediente. Alla quinta ora, mentre tu stai pranzando, lui si orina addosso. Tu puoi vedere l’orina che satura la tuta.

Accendi le violente luci nella sua cella. Dopo due ore le spegni. Continui così – accese, spente, accese, spente – a intervalli irregolari. Lui ti chiede che ore sono. Non glielo dici. Qualche volta gli servi due pranzi a due ore di distanza. Qualche altra volta aspetti otto ore tra un pranzo e l’altro. Lui continua a chiedere che ore sono. Tu non glielo dici. Lui chiede una coperta. Non gliela dai. Lui chiede di vedere la sua famiglia. Tu non rispondi. Chiede di vedere un magistrato. Tu non rispondi.

Quando si rifiuta di mangiare, lo leghi sulla sedia di contenimento per l’alimentazione forzata. Quando si vomita addosso, gli fai levare i vestiti e lo fai sdraiare sul pavimento con la faccia nel suo vomito. Quando non rimane perfettamente fermo o fa qualche rumore, tu fai uscire i cani. Quando tenta di coprirsi, tu fai venire una guardia donna a sbeffeggiarlo e insultarlo; lasci che lei si metta a cavalcioni su di lui e insulti sua madre e sua nonna, chiamandole puttane. Quando non collabora o è insubordinato, gli metti un guinzaglio e gli fai indossare biancheria femminile. Quando si addormenta, lo investi con assordante musica rock. Quando chiede di andare in bagno, lo fai aspettare fino a che se la fa addosso e poi lo costringi a rotolare sui suoi escrementi e gli scatti delle foto.

Tu e il tuo gruppo fate questo per dodici, sedici, venti ore di seguito.

Al quindicesimo giorno, lo leghi a un piano inclinato, con la testa in basso e i piedi in alto. Gli spieghi che sta per essere giustiziato. Lui piagnucola. Gli immergi la testa in un barile pieno di acqua ghiacciata, mentre lui balbetta incoerentemente e strattona i legacci. Stai molto attento che non affoghi, ma lo porti il più vicino possibile al limite dell’annegamento prima di risollevarlo. Lui sviene diverse volte. Ogni volta, tu lo fai rinvenire e quindi lo immergi nuovamente. Tu lo fai ancora, e ancora. Lui comincia a confessare impossibili e insensati complotti. Ti chiede di ucciderlo. Ti chiede di lasciare che si uccida. Non fai niente di tutto questo. Ti domandi quanto tempo ci vorrà prima che cominci a darti informazioni di qualche utilità.

Tu puoi fare molto a una persona – puoi perfino distruggere un uomo – senza lasciargli neppure un segno addosso. I torturatori hanno le loro tecniche, tu hai le tue. Soffocamento, sfruttamento delle fobie, posizioni stressanti, deprivazione sensoriale – tu puoi fare ognuna di queste cose e ancora non sei un torturatore. Quindi non preoccuparti. Non sarai giudicato responsabile. Non sarai punito. Tu non sei un torturatore. Non secondo i tuoi superiori. Non secondo i tuoi leader.

Ma fai attenzione: la Storia – così come le tue vittime – potrebbe giudicarti più severamente.

( Adbusters, maggio/giungo 2006)

Pubblicato il 4/9/2006 alle 10.29 nella rubrica Guerra.

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