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È il 21 giugno. Una famiglia palestinese è a tavola. Arriva un missile. Poi un altro. Il racconto di Gideon Levy , sul quotidiano israeliano Ha’aretz.

Si erano seduti al tavolo per pranzare: Fatma, sua figlia Farah di due anni, il figlio Khaled di un anno, il fratello di Fatma, il dottor Zakariya Ahmed, la nuora di lui, Shayma, incinta di nove mesi, e la nonna di 78 anni. Una riunione di famiglia a Khan Yunis in onore dello zio, che era tornato dall’Arabia Saudita da sei giorni. A un tratto si sente una forte esplosione. Fatma prende il figlio più piccolo e cerca un riparo. Ma c’è un’altra esplosione: il secondo missile lanciato dal pilota dell’aviazione israeliana sfonda il soffito ed entra direttamente nella sala da pranzo. Fatma, che è incinta di tre mesi, è uccisa sul colpo. Muore anche suo fratello Ahmed. Shamya ha un aborto spontaneo. Farah subisce lesioni non gravi e il più piccolo, Khaled, è gravemente ferito alla testa. Solo la nonna resta illesa. L’ambulanza ci mette un po’ ad arrivare. È stato l’ultimo pranzo della famiglia Wahba. I Wahba avevano cercato per anni di avere un figlio. Si erano sottoposti al trattamento contro l’infertilità a Gaza. Finalmente, due anni e mezzo fa, era nata Farah, e un anno dopo Khaled.

Alle quattro e mezzo circa di quel pomeriggio Mohammed Wahba stava accompagnando con il suo taxi la famiglia alla spiaggia di Rafah quando la radio ha trasmesso la notizia di un nuovo tentativo di assassinio mirato; un’insegnante di 36 anni, incinta, era rimasta uccisa. Per un attimo il suo cuore si è fermato. A Khan Yunis, che lui sapesse, di insegnanti incinta di nome Fatma ce n’era una sola: sua cognata. Ha chiamato un parente che lavora all’ospedale, confermando i suoi timori. La famiglia colpita era proprio quella del fratello. Khaled era in condizioni critiche per una grave emorragia cerebrale. Grazie all’intervento di un amico di famiglia, un americano che ha abitato per anni nel campo profughi di Shabura e che ha telefonato dagli Stati Uniti, è stato possibile trasferire Khaled all’ospedale di Tel Aviv. L’organizzazione Light to the Nations , una fondazione statunitense, si è accollata le spese. Non l’hanno fatto né le forze armate né il ministero della difesa israeliani. Le condizioni di Khaled sono subito state definite disperate ma alla famiglia è stato detto che il bambino doveva essere riportato a Gaza. Il consigliere del ministro della difesa non ha neppure risposto alla richiesta avanzata da Medici per i diritti umani di non trasferire Khaled.

Il portavoce delle forze armate israeliani (Fid) ha dichiarato quanto segue: “L’attacco del 21 giungo era diretto contro una cellula terroristica pronta a commettere un attentato, ed è stato compiuto poco tempo dopo due precedenti attacchi aerei in cui, per vari motivi, sono stati colpiti dei civili palestinesi estranei all’attentato. Si è cercato di mettere in pratica gli insegnamenti tratti dai precedenti interventi, tra cui lo sforzo di evitare che dei civili si trovino nella zona a rischio. Tuttavia, per motivi non ancora del tutto chiariti, uno dei due missili ha mancato il bersaglio. Per effetto di tale deviazione è stata colpita un’abitazione situata a decine di metri dal bersaglio, occupata da civili palestinesi. Va fatto notare che il metodo seguito dalle Fid in queste missioni si è dimostrato, negli anni, preciso e prudente. (…) Malauguratamente, in occasioni di combattimenti del genere, possono verificarsi incidenti in cui rimangono colpiti civili innocenti. Ce ne rammarichiamo, e tuttavia la responsabilità appartiene per intero alle organizzazioni terroristiche e alla leadership dell’Autorità Nazionale Palestinese, che non fa niente per fermarle. Al termine delle indagini in corso sull’incidente, i risultati saranno presentati al capo di stato maggiore”.

Khaled è morto il 10 luglio 2006.

Pubblicato il 19/7/2006 alle 10.25 nella rubrica Guerra.

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